Il piccolo universo di Liotard

Liotard (1702-1789), artista svizzero, attivo nel XVIII secolo, nato da genitori francesi, serba un ruolo importante nell’ambito della ritrattistica di stampo realistico. L’imprinting è dell’acquafortista e acquisisce il senso del “particulare” attraverso l’insegnamento di un miniaturista.

La sua carriera è caratterizzata dalla permanenza a Costantinopoli in sede di ambasciate, entourage di ricchi mercanti, alla corte del sultano. L’afflato esotico tipico degli interni settecenteschi accoglie il senso del reale nelle sue opere che sembrano predire romanzi di naturalismo francese o a carattere verista. L’atmosfera è silente, i colori pastello patinati, le espressioni “di genere”, mai stereotipate come nella ritrattistica abituale. La quotidianità, e al medesimo tempo, l’estrosità di un senso dell’eccesso.

Dal pudore altezzoso della cioccolatiera al vezzo impunito di una bimba allo specchio che sembra preludere Balthus, dalla goffa malizia di Mme d’Epinay all’indolenza neoclassica della donna vestita alla turca, Liotard descrive un piccolo universo intimo.

Il suo intento è un tributo alle venature sanguigne dell’umano, non elude il perfettibile, lo sublima. Vuole inserire la dialettica umana del quotidiano nello spirito bizzarro in voga all’epoca e dare testimonianza dei usi e costumi ottomani. Un monito che focalizza il dato reale, contemplando con dovizia ogni particolare. Questa abilità lo fa entrare nei favori di Maria Teresa d’Austria che desidera essere immortalata dall’artista e avere ritratti della sua nutrita prole. Una pittura ufficiale, d’effigie e allo stesso tempo un’imago del mutamento dei gusti europei.

La fase finale della sua esistenza è dominata da una “reductio ad originem”, poiché influenzato dall’imprinting calvinista si immerge nella rappresentazione di nature morte. La sua estrosità viene ricondotta alla disciplina dal suo animo ginevrino che lo riconduce a una certa abnegazione e sobrietà.

La sua espressività viene mitigata in merito a una pittura controllata, quasi scolastica, dove il tratto diventa determinante nel suo essere marcato. Il senso del vago decantato dal suo stilema si spegne flebile per lasciare il posto al senso “del finito”.

Di: Costanza Marana

Fonti:
L’opera completa di Liotard, Renee Loche e Marcel Roethlisberger, Rizzoli, Milano, 1978;
Jean-Etienne Liotard, Giovanni Previtali, Fabbri, Milano, 1966

                                                                                  

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