Saccheggi e vendetta: ecco perché i Visigoti hanno attaccato Roma

Nel 410 d.C. Roma fu messa a ferro e fuoco dai Visigoti e questo fu considerato come il peggior assalto della sua storia.

Ma perché questo gesto? Perché questo accanimento?

I Visigoti furono spinti dal rancora e dalla sete di vendetta dovuta ad anni di soprusi e sofferenze, vessazioni da parte degli stessi romani. Nel 375 d.C., i Visigoti occupavano le coste del Mar Nero, ma furono costretti ad abbandonarle quando furono travolti dagli Unni provenienti da Oriente, cacciati a loro volta dalla Cina, che, durante la dinastia Han, si protesse costruendo la nota Muraglia Cinese, secondo una leggenda. Così, i villaggi visigoti diventano il nuovo obbiettivo delle scorrerie unne, che avanzavano a cavallo spietati.

I Visigoti erano una tribù di origine Germanica molto mite, dedita all’agricoltura e organizzata in tribù, le quali sceglievano un comandande unico soltanto in caso di necessità, per protezione. Essi commerciavano pacificamente con Roma: in cambio dei manufatti artigianali barattavano bestiame e pellicce. Si arrivò però in un momento di crisi, con gli Unni alle porte: fu eletto comandante Fritigerno, che chiese aiuto all’imperatore romano d’Oriente, ovvero Valente.

Un busto ritraente l’imperatore Valente. 

Valente concesse loro di migrare sulle sponde del Danubio, dove avrebbero trovato protezione e da cui i romani li avrebbero portati verso l’interno dell’Impero per poter tornare a coltivare degli appezzamenti di terreno pacificamente. Fritigerno obbedì al patto e spostò le sue tribù. In cambio di questa protezione, i Visigoti fornivano contingenti militali all’imperatore. Oltre a tutto questo, dal momento che in epoca precristiana i popoli sottomessi o conquistati da Roma dovevano seguire il credo religioso dell’imperatore, Fritigerno acconsentì alla conversione all’arianesimo, una confessione cristiana.

Una raffigurazione di Fritigerno.

La sottomissione fu meno rosea di quanto ci si potesse attendere: le tribù restavano accampate lungo il Danubio e le risorse alimentari erano sufficienti soltanto per i militari romani di guardia. L’imperatore controllava i flussi migratori in entrata e in uscita e solo quando delle terre furono liberate, allora poteva chiamare una nuova tribù per occuparle. Tuttavia, il tempo scorreva e il cibo mancava sempre di più e gli accampamenti di Fritigerno assomigliavano sempre di più a campi di concentramento. Ad un certo punto, stremati dalla fame, i visigoti iniziarono a vendersi come schiavi in cambio di cani e carne da macello di seconda scelta. I luogotenenti a controllo erano al tempo Lupicino e Massimo, ricordati per la durezza nei confronti dei migranti, ai quali non davano la possibilità di spostarsi di neanche un metro dal luogo di raccolta.

Lo storico Ammiano Marcellino raccontò che la situazione degenerò fino a costringere i visigoti a vendere i propri figli per avere anche solo un pezzo di carne di cane per sfamarsi. Erano allo stremo, ma Fritigerno non voleva mettersi contro Valente. Preferivano una pacifica schiavitù per poter sopravvivere che una guerra.

Tuttavia, dopo altro tempo trascorso in situazioni precarie, i Visigoti iniziarono ad armarsi per una ribellione, senza mai farsi notare. Stettero dov’era previsto il confine ma si rinforzarono e rinvigorino, complice la rabbia nei confronti del patto non mantenuto da parte di Valente.

Nel mentre, furono invitati a migrare verso Marcianopoli, dove i romani avevano promesso cibo e provviste. All’arrivo, non ci fu nulla di questo e i Visigoti insorsero contro i romani, contro i loro protettori, spinti dalla fame e dalla sete di vendetta. Si spostarono presto dai campi di controllo e grazie alle prime rivolte riuscirono a procurarsi altre armi e viveri. Depredarono prima i piccoli villaggi, poi le città periferiche e man mano che si rinvigorivano proseguirono verso le città più importanti, con l’obiettivo di arrivare a Roma.

L’imperatore Valente, preoccupatosi, cercò di proporre altri accordi, puntualmente respinti. Gli abitanti della Tracia si rivolsero, nel mentre, ad entrambi gli imperatori. Era il 378 d.C., ma in questa occasione furono i romani a non voler trattare con il nemico.

Una rappresentazione della Battaglia di Adrianopoli. 

Si giunse quindi alla battaglia di Adrianopoli: era il 9 agosto del 378 d.C., il clima era torrido e quando i Visigoti videro l’esercito imperiale arrivare, con i suoi 15.000 uomini, iniziò a bruciare il campo, per rendere l’avvicinamento difficoltoso. Quando furono uno di fronte all’altro, si stupì Valente nel constatare che il nemico contava anch’egli 15.000 uomini addestrati e in forze. Se l’esercito romano era costituito anche da mercenari, l’esercito visigoto era formato soltanto da goti mossi dalla rabbia nei confronti del mancato rispetto dei patti concordati.
Morirono qui più di due terzi dell’esercito romano e cadde anche l’imperatore Valente, del quale non fu più trovato il corpo.
Sei mesi dopo, l’imperatore Teodosio propose una negoziazione, offrendo l’attuale Bulgaria come territorio visigoto. La proposta fu accolta con piacere, fino a che non si scoprì che nei Balcani vivevano come emarginati.

Si mossero verso Roma, guidati da Alarico e travolsero ogni villaggio o città che gli si presentò davanti, armati anche delle armature rubate dai cadaveri dei romani caduti ad Adrianopoli.
Arrivano al cuore dell’Impero e rasero al suolo l’Urbe, rubando gioielli, armi e anche i libri, gesto simbolico che indicava lo sdegno provato da Alarico nei confronti di Onorio, l’imperatore romano d’occidente in quel momento.

Dopo tre giorni di scorrerie, lasciarono la città. Alarico morì a Cosenza e fu ricordato dalle sue genti come un eroe. Sant’Agostino ricorda il Sacco di Roma nel De civitate Dei, dove lo descrive come il momento più buio e sanguinoso per l’impero Romano sia d’occidente sia d’oriente.
In seguito, si diressero verso la Spagna, dove furono i custodi, durante il Medioevo, del sapere e della civiltà romana in quello che sarà poi il Regno di Spagna.
Si comportarono come i difensori della romanità, nonostante i trascorsi, fino a che non furono assaliti dagli arabi nel 711 d.C.. Da nemici dell’impero ad amici della cultura romana: così si svilupparono i Visigoti, un popolo mite che cercava soltanto un’altra terra perché depredato della propria.

Dr. Anna Maria Vantini

Fonti:
– Sanna F., La Spagna visigota. Vicende storiche, istituzioni, aspetti sociali e artistico-culturali (V-VIII secolo), Arkadia, Cagliari, 2015
– Nuti M., Roma sull’orlo del caos. Romani, visigoti e vandali nell’ultimo secolo dell’impero (376-476 d.C.), Mattioli 1885, Fidenza (PR), 2016
– Gumilvev L. N., Gli Unni. Un impero di nomadi antagonista dell’antica Cina, Res Gestae di Hoepli, Milano, 2014
– Petitjean M., La cavalleria nel mondo antico. Dagli assiri alle invasioni barbariche, 21 Editore, Rimini, 2018
– Villari P., Le Invasioni Barbariche In Italia, Hoepli, Milano, 1920

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