Le donne nell’antica Grecia: tra leggenda e storiografia

Le donne nella storia della Grecia antica non possono essere studiare su un unico piano, poiché in ogni epoca e area geografica le loro condizioni socio-ecomiche variano fortemente.

Partendo dalla storia più antica e dalla mitologia, ci si riserva di arrivare ad un caso specifico nella seconda metà dell’articolo.

Donne nell’antica Grecia. 

All’interno del secondo poema epico di Omero, l’Odissea, è presente una prima figura femminile degna di nota: Penelope. Si tratta di una donna che viveva in un periodo in cui il patriarcato era molto forte e le mansioni della donna erano relegate all’attività domestica: non per niente il poema omerico la presenta quale angelo del focolare che, fedelissima, attendeva il ritorno del marito dalla guerra di Troia.
Naturalmente si tratta di un mito, ma rispecchia in modo verosimile la condizione delle donne greche dell’antichità. Penelope rappresenta in questo senso sia uno stereotipo sia un’eccesione: ella faceva le veci del marito di fronte ai principi che desideravano chiederla in sposa, difendendo la proprietà di Ulisse, libera e non soggiogata ad altri parenti di sesso maschile.

Secondo la norma, la donna, in assenza del consorte, doveva sottostare al figlio o al parente maschile più prossimo ed affidare a lui potere di giudizio e controllo delle attività muliebri.

Quando si giunge all’epoca classica, è evidente il fatto che una donna non poteva avere proprietà terriere e non poteva far parte della vita della comunità. In caso di eredità, per esempio, se la moglie fosse stata l’unica erede rimasta, non poteva acquisire quanto spettato, bensì faceva da tramite degli averi dovendo obbligatoriamente sposare un parente il più prossimo possibile, in modo tale che, grazie all’endogamia, il patrimonio potesse restare in famiglia.
In questo passaggio si parla direttamente di moglie perché era impensabile, all’epoca, che una donna non si sposasse non appena ne avesse avuto l’età e i matrimoni combinati erano quasi la regola.

Ovviamente il tutto per fare in modo che entrambe le famiglie ne traessero beneficio. Le zitelle e le vedove erano invise alla società, perché senza una tutela maschile potevano minarne l’equilibrio.

L’eredità, quindi, transitava tramite la vedova verso il futuro marito e ella non aveva nemmeno il diritto di usufruirne, poiché era appannaggio maschile la sua amministrazione.

Le fonti filosofiche sono dicotomiche. Da un lato, Platone, considerato talvolta un prefemminista, riteneva che la donna fosse tenuta troppo poco in conto, mentre dall’altro, Aristotele, decisamente più maschilista, definiva la donna quale madre in qualità di materia fecondabile dal maschio. Senza l’uomo, la donna era deprivata di qualsivoglia ruolo, poteva soltanto fare da serva. Anche la maternità era considerata di poco conto da Aristotele, giacché il legame di sangue era di matrice maschile e il figlio era una sorta di proprietà del padre.

La trasmissione per linea paterna del cognome deriva infatti da questa concezione di matrice aristotelica. La gerarchicità poneva in luce un altro aspetto di diversità: la donna era considerata inferiore rispetto all’uomo poiché diversa dal piano fisico e anatomicamente più fragile, più debole, meno forte. Ella era considerata come una eterna minorenne, oggetto di tutela prima del padre, poi del marito e in assenza dei figli maschi o dei fratelli o futuri mariti. Non aveva libertà, non poteva partecipare all’attività politica e nemmeno alla vita della cittadinanza di cui faceva parte.
Oltre a tutto questo, per quanto il matrimonio fosse monogamico, il maschio aveva a sua disposizione serve, schiave e concubine per alleviare le sue voglie e la moglie non ne era nemmeno scandalizzata, poiché la società stessa l’aveva abituata a questo menage.

Durante le assemblee della polis, gli uomini erano allietati dalla compagnia delle etere, che altro non erano che concubine più raffinate.

La donna era considerata quindi quasi un oggetto, una sorta di distensione dell’uomo, di un suo prolungamento.

Rappresentazione di Saffo e Alceo. 

Volendo fare un salto in avanti e arrivando all’epoca classica, tra il V e il IV secolo, si ha uno sviluppo sulla via della parità dei diritti a Sparta. Atene era ancora una città, seppur dotata di un’ottima politica per merito di Pericle, molto arretrata.

A Sparta la situazione era decisamente diversa rispetto a quelle descritte fino ad ora. Le donne godevano degli stessi diritti e doveri degli uomini: i bambini alla nascita erano considerati assolutamente alla pari e la cerimonia di valutazione fisica sul monte Taigeto ne era la prova.

Sul Taigeto venivano portati, appena nati, sia i maschi che le femmine e coloro che erano considerati fragili venivano abbandonati.

In seguito, l’educazione impartita era la stessa per ambo i sessi, poiché Sparta desiderava avere quanti più possibili guerrieri e difensiori della polis. Alle gare di forza partecipavano anceh le donne, poiché solo da genitori forti e robusti sarebbero nati figli sani e con un fisico forte da guerrieri.

Secondo tale mentalità, le donne dovevano avere la stessa prestanza fisica dell’uomo.
Il matrimonio avveniva attorno ai vent’anni per le ragazze e ai trenta per i ragazzi, per avere un equilibrio fisico adeguato. La donna non era sottoposta a nessuna tutela, sebbene la sua dote finisse immediatamente nelle mani del marito. In caso di uniche eredi di padri o madri, vigeva l’ericlerato: potevano ereditare.

Alle donne, inoltre, era affidato il compito di organizzare l’oikos, ovvero il commercio e il mantenimento degli schiavi (gli iloti) e se ella aveva più ricchezze rispetto all’uomo, era quest’ultimo ad esserne dipendente, come gli esempi delle ricchissime Gesistrata ed Archidamia narrate da Aristotele.
Tuttavia, formalmente non potevano paartecipare alla politica, ma spesso le mogli più facoltose potevano influenzare le decisioni dell’assemblea spartana tramite il denaro, per l’appunto, senza poter comunque ricoprire alcun ruolo. Talvolta, ad esse era consentita la libertà di parola.
Di fondamentale importanza è da ricordare che il caso spartano succitato è isolato e non ha precedenti o discendenti.

Le libertà ottenute dalle donne spartane sono legate all’epoca e al territorio, al contesto storico e culturale privilegiato in cui vivevano. Proseguendo, per ritrovare una situazione affine occorre attendere qualche eccezione di epoca romana e poi il Rinascimento.

Fonti:

– (a cura di) Arrigoni G., Le donne in Grecia, Laterza, Roma-Bari, 2008
– Bernard N., Donne e società nella Grecia antica, Carocci, Roma, 2011
– Castiglioni M. P., La donna greca, Il Mulino, Bologna, 2019
– Duché J., Il primo sesso. Storia della condizione femminile, Mondadori Editore, Milano, 1974
– Platone, Tutti gli scritti, Bompiani, Milano, 2000

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