Pasquale Rotondi, il Soprintendente salvatore dell’arte italiana

Nel 1938, su il Bollettino d’Arte – il mensile di informazione sul patrimonio artistico italiano, fondato nel 1907 – si esplicitavano le linee guida per la salvaguardia delle ricchezze culturali del Bel Paese. Nell’articolo si esprimeva la totale contrarietà degli addetti al loro trasferimento in caso di guerra verso paesi neutrali, come la Svizzera, o anche verso paesi alleati, come la Germania. Era quindi necessario trovare una soluzione in loco e anche in fretta perché, nel 1940 il vento funesto della guerra soffiava già sopra tutta l’Europa, compresa l’Italia, la cui partecipazione al secondo conflitto mondiale era ormai più che scontata.

Documento di riconoscimento di Pasquale Rotondi 

(foto di Anna Melograni)

Il Ministro dell’Educazione Nazionale, Giuseppe Bottai – lo stesso che qualche anno prima applicò le leggi razziali nelle scuole italiane – si consultò con il DUX Benito Mussolini per varare un piano di salvataggio dell’immenso patrimonio culturale e artistico italiano, un bottino che avrebbe fatto gola a chiunque qualora l’Italia – come poi accadrà – fosse stata invasa da forze straniere. Proprio nel 1940, viene affidato questo gravoso incarico a Pasquale Rotondi, storico dell’arte e Soprintendente delle Marche e della Dalmazia, che insieme ad esperti, come Emilio Lavagnino, Rodolfo Siviero, Giulio Carlo Argan, si batterono per far restare sul suolo nazionale quel patrimonio che diventerà, di lì a poco, una succulenta preda bellica per i nazisti.
Il trentaduenne Rotondi approdò nelle Marche, ad Urbino, una volta nominato soprintendente, nel 1939: la cittadina medievale era stata dichiarata “città libera” ma, appena giunto, Rotondi scoprirà che non lo sarà; verrà infatti installato un ampio deposito di munizioni proprio ai suoi piedi, mettendo a repentaglio quell’immenso museo a cielo aperto posto sull’Appennino. Segnalata al Podestà e al Ministero la sua contrarietà verso tale decisione, Rotondi ricevette il 5 giugno, tramite telegramma, l’incarico di valutare quali siti marchigiani necessitassero di protezione e di trovare un nuovo ricovero, sempre nelle Marche, per le opere d’arte italiane.
L’Operazione Salvataggio, nome in codice del progetto, è estremamente complicata causa l’impossibilità di parlarne apertamente con chiunque, essendo un’operazione segreta. Questo porta Rotondi ad un solitario e assiduo peregrinare per tutta la regione, visitando chiese, palazzi e rocche, valutando quale tipo di rinforzo anti-bellico applicare; tra questi luoghi, lo storico dell’arte, doveva anche scegliere il luogo da lui giudicato più sicuro per poter conservare statue e dipinti imballati. Rotondi conosceva bene le caratteristiche che doveva avere il nascondiglio: non doveva distare troppo da Urbino, sede della Soprintendenza, doveva essere lontano dalle importanti vie di comunicazione, ma, aspetto ancor più importante, doveva essere in grado di reggere un eventuale attacco aereo nemico.
Per mesi il Soprintendente esplora l’attuale provincia di Pesaro e Urbino, alla ricerca di un ricovero adatto: visita il Palazzo dei Priori di Sassoferrato, la Rocca di San Leo, il Palazzo Ducale di Urbania, il castello Brancaleoni di Piobbico, la Corte Alta e la Corte Bassa di Fossombrone…tutti edifici storici di immenso valore e splendore storico-artistico, ma non corrispondenti perfettamente alle esigenze scolpite nella mente di Rotondi. L’assidua ricerca finalmente si conclude quando lo storico dell’arte visita la Rocca Ubaldinesca di Sassocorvaro, una fortificazione quattrocentesca che domina tutta la valle del fiume Foglia, costruita su progetto di Francesco di Giorgio Martini, architetto e ingegnere al servizio di Federico di Montefeltro, passata poi nelle mani del fratellastro del duca, il principe Ottaviano Ubaldini – per tale ragione detta Ubaldinesca.

Il sito è perfetto agli occhi di Rotondi poiché dista poco più di 40 km da Urbino, quindi raggiungibile in Balilla in meno di un’ora; inoltre è lontano dalle principali vie di comunicazione ferroviarie e stradali e si presenta già di per sé come una struttura solida e robusta. La scelta del luogo fu comunicata al Ministero e già da inizio giugno 1940 ha inizio l’operazione: i primi camion provengono dai musei marchigiani e si dirigono verso la Rocca di Sassocorvaro, pronta per custodire le opere tra i suoi poderosi torrioni e tra i suoi alti fianchi. Il 10 giugno arriva l’ufficialità dell’entrata in guerra anche dell’Italia; per Rotondi diventa impellente accelerare le tempistiche di recupero, che si allargherà anche i poli museali delle altre regioni. Ad ottobre Rodolfo Pannucchini, soprintendente di Venezia, visita l’omologo marchigiano e rimane impressionato dalla sua organizzatissima operazione di salvataggio che, nonostante le apparenze, si stava svolgendo con pochi uomini e mezzi. Pannucchini decide, quindi, di far pervenire anche il patrimonio veneto alla Rocca di Sassocorvaro, tra cui La Tempesta di Giorgione, La Pala d’Oro e il Tesoro della Basilica di San Marco. Fino al 1942, numerose sono le opere che continuano incessantemente ad approdare all’Arca dell’arte – così ribattezzata – fino a quando la capiente struttura non risulta satura. Rotondi deve così cercare un nuovo ricovero alla moltitudine di tele e sculture in arrivo dai rifugi sotterranei di tutta Italia.

Nel 1943 lo storico dell’arte incontra il principe di Carpegna che generosamente concede il suo palazzo: il Palazzo-fortezza dei Principi di Carpegna è sito sempre sull’Appennino marchigiano e si tratta di un’imponente struttura seicentesca, costruita per volontà del Cardinale e Conte Gaspare di Carpegna per proteggere i propri domini nel Montefeltro. Come la Rocca di Sassocorvaro, anche Carpegna si trovava ad un’ora di strada da Urbino, quindi il controllo della struttura sarebbe stato altrettanto semplice. Arrivano nel piccolo comune di montagna, stipati in casse, poi nascosti in una stanza segreta, i patrimoni artistici dei più importanti, conservati nei musei italiani e vaticani, tra cui dipinti e sculture provenienti dal castello Sforzesco di Milano, dalla Galleria di Brera, dalla Galleria Borghese, dalla Galleria Corsini di Roma, a cui si aggiunsero anche i Caravaggio da San Luigi dei Francesi, opere di Raffaello come Lo Sposalizio della Vergine, di Tiziano come L’Amore Profano; infine anche i cimeli del compositore pesarese Gioacchino Rossini. Mai si è registrata e mai più si registrerà una concentrazione così ampia di opere tutte in uno stesso luogo. Il lavoro di Rotondi non è comunque giunto alla sua conclusione.
Circa 10.000 opere, conservate tra Carpegna e Sassocorvaro, necessitano costantemente di cure e attenzioni, ancor di più dopo l’ 8 settembre 1943, quando l’Italia decide di defezionare dagli alleati tedeschi per entrare nel fronte alleato. Il saccheggio, mascherato per recupero di opere d’arte, è prassi ormai per i nazisti della Kunstschutz, il corpo militare nato con il nobile obiettivo di salvaguardare il patrimonio nemico, per restituirglielo a fine ostilità. La realtà sarà ben diversa: i tedeschi diventano celebri razziatori di opere d’arte in tutta Europa, alimentati anche dall’avidità del maniacale collezionista, il Reichsmarschall Hermann Göring.

Le Due Guerre che hanno sconvolto il Mondo

La paura e i timori verso un destino nefasto per il patrimonio italiano e vaticano si fanno sempre più concreti: di lì a poco le truppe naziste iniziano la loro occupazione del suo italiano e, nell’ottobre dello stesso anno, le SS si stanziano proprio a Carpegna. Il Soprintendente, con pochi collaboratori e senza direttive da Roma, non può far altro che tentare di salvare il salvabile: correndo tutti i rischi del caso, si reca comunque presso il Palazzo dei Principi, ora occupato e chiede un colloquio con il comandante in capo.
Quest’ultimo è deciso a scovare ipotetiche armi nascoste presenti nel palazzo e ordina ai suoi uomini di aprire una delle casse per verificarne il contenuto: dentro si trovano alcuni manoscritti di Gioacchino Rossini. Evidentemente poco pratico, il comandante delle SS fa richiudere la cassa che considera piena di “cartacce”, dando per scontato che anche per le altre corrisponda lo stesso contenuto. Rotondi riesce così a sottrarre i beni dalle mani dei nazisti, sottraendo le casse della Chiesa e organizzando il loro trasferimento presso altra sede.
E il patrimonio italiano? In uno dei suoi numerosi giri di ricognizione il Soprintendente ebbe l’accortezza di staccare le targhette di riconoscimento della proprietà anche dalle casse italiane, riuscendo così a far passare per patrimonio ecclesiastico anche quei contenitori che in realtà non lo erano.
Ma per Rotondi e i suoi collaboratori l’ansia non poteva ancora placarsi: c’era ancora l’arca dell’arte da salvare. Con la Balilla del suo fedele autista urbinate Augusto Petrelli, si precipita a Sassocorvaro e cerca di stiparvi più opere possibile: in quella piccola auto troveranno rifugio anche La tempesta di Giorgione, il San Giorgio del Mantegna, il ritratto Morosini dl Tintoretto.

Pasquale Rotondi di fronte alla cassa con ‘La Tempesta’ di Giorgione
(foto di Anna Melograni)

Diretto alla sua abitazione ad Urbino, Rotondi, con l’aiuto della moglie Zea, porta i dipinti in casa, nascondendoli sotto il letto; il rischio per l’incolumità della sua famiglia è enorme: la città di Federico da Montefeltro è sotto il rigido controllo delle SS, che si concluderà solo il 28 agosto dell’anno seguente. Lo storico dell’arte riuscirà comunque ad organizzare il trasferimento di tutte le opere conservate a Sassocorvaro e a Carpegna presso i sotterranei del Palazzo Ducale di Urbino, in attesa di un ulteriore distaccamento; l’aiuto di molti intellettuali e amici che si rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana sita a Salò fu essenziale: Giulio Carlo Argan, anch’esso storico dell’arte, affascinato e grato a Rotondi per il suo faticoso operato, intercedette con il Cardinale Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, per chiedere ufficialmente allo Stato del Vaticano di conservare anche le casse contenenti le opere italiane. Montini acconsente e il 21 dicembre 1943 si organizza il pericoloso spostamento del patrimonio da Urbino a Roma, in un’Italia centrale martoriata dai bombardamenti, dalle razzie, dagli eccidi quotidiani: la lunga colonna di camion arriva due giorni dopo nella capitale e finalmente Rotondi e tutti i coinvolti, dopo lunghi anni in apprensione, possono finalmente tirare un primo sospiro di sollievo. Quello definitivo potrà essere tirato solo a fine del secondo conflitto mondiale, quando tutte le opere egregiamente nascoste nei rifugi marchigiani, sono tornate ai legittimi proprietari, senza neanche un danno. La genialità e la fortuna di Rotondi, definito da molti Il Perlasca o Lo Schindler delle opere d’arte sono state per lungo tempo dimenticate. Questa strabiliante storia di resistenza è venuta alla luce solo recentemente quando il sindaco di Sassocorvaro Oriano Giacomi, la scopre nel 1984 e si reca a Roma per incontrare Rotondi e approfondire: presentatosi come primo cittadino del comune marchigiano, il viso di Rotondi, come ricorda il sindaco, si aprì in un largo sorriso e sospirando affermò: “Era ora che vi ricordaste di me”.

Simona Amadori

Fonti:

Salvatore Giannella, Operazione Salvataggio: gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre, Chiarelettere Editore, Milano, 2014
Alessandra Lavagnino, Un inverno 1943-1944, Sellerio Editore, Palermo, 2013
Anna Melograni, «Per non ricordare invano». Il ‘Diario’ di Pasquale Rotondi e la corrispondenza con i colleghi delle Soprintendenze e la Direzione Generale delle Arti (1940–1946), in «Bollettino d’Arte», Fascicolo 27, Anno C, Serie VII, Ministero dei Beni Culturali e del Turismo, Roma, luglio – settembre 2015

Pubblicato da Simona Amadori

Laureata magistrale in in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Torino ama da sempre ogni aspetto culturale, sociale, politico, ma soprattutto storico degli eventi di ogni giorno.

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