Storia delle Elezioni USA: dal 1832 al 1880

La storia delle elezioni negli USA, continua con questo articolo. Abbiamo già visto le elezioni tra il 1796 e il 1828 e ora vedremo il periodo che va dal 1832 agli anni ’80 del XIX secolo. Un periodo turbolento che vedrà la Guerra di Secessione e la ricostruzione post-bellica. Dal punto di vista politico vedremo la nascita del moderno Partito Repubblicano che sostituirà i Whig.

Tempo di lettura: 5 minuti

Storia delle elezioni USA: Democratici vs Whig

Le elezioni USA del 1832 videro correre insieme al presidente uscente Andrew Jackson e Henry Clay, i candidati rispettivamente del partito Democratico e del partito Nazionale Repubblicano, anche esponenti di due partiti che puntavano a essere la terza forza negli Stati Uniti. Da una parte il partito anti-massonico che, come si può intuire, si batteva contro la massoneria, molto diffusa nella politica statunitense ( lo stesso Jackson era massone). Padre nobile di questa forza era l’ex presidente John Quincy Adams, ma il candidato fu William Wirth, già procuratore generale sotto la presidenza di James Monroe.

Più complessa fu la situazione del quarto candidato, John Floyd, che non era realmente in lizza ma riuscì comunque a conquistare gli undici grandi elettori del South Carolina. Da notare che il South Carolina era rimasto l’unico stato a decidere i grandi elettori tramite il parlamento senza alcuna forma di voto popolare, e la decisione di appoggiare Floyd fu presa a causa della cosiddetta crisi della nullificazione, cioè il rifiuto del South carolina di riconoscere le decisioni federali sui dazi, che erano stati istituiti nel ’28  e che Jackson, contrariamente alle attese, non aveva abolito pur abbassandoli. A favore della nullificazione si schierò anche il vicepresidente John Calhoun, nativo del South Carolina, che si dimise dal suo incarico, sostituito da Martin Van Buren. Tuttavia il resto degli stati del sud, e parte del nord, era soddisfatto dell’abbassamento delle tariffe doganali voluto da Jackson, il quale inoltre era sempre più popolare per le sue politiche contro le banche private. Così la sua vittoria fu netta: vinse 16 dei 24 stati, con oltre il 54% del voto popolare e ottenne 219 grandi elettori contro i 49 di Clay, gli 11 di Floyd e I 7 di Wirth, che ottenne il solo Vermont. Tra i primi atti di Jackson ci fu un ulteriore abbassamento delle tariffe doganali che risolse la crisi della nullificazione, anche se un partito della nullificazione rimase attivo ancora per alcuni anni, pur non candidandosi ad altre elezioni presidenziali. La maggior parte dei membri di questo partito entrarono nel partito Democratico dopo la fine del secondo mandato di Jackson. Dall’altra parte anche il partito Anti-massonico e quello Nazionale Repubblicano si fusero nel partito Whig e il binomio Democratico-Whig caratterizzò l’agone politico statunitense per sedici anni. 

Elezioni USA mappa 1832
La mappa delle elezioni del 1832

Jackson fu il primo presidente degli Stati Uniti a subire un attentato: nel gennaio 1835 Richard Lawrence, un imbianchino inglese disoccupato, tentò di sparargli con due pistole, che però si incepparono. Jackson era convinto che dietro all’attentato ci fosse una cospirazione politica, ma in realtà Lawrence era un pazzo convinto che il Presidente gli dovesse un’ingente somma di denaro. 

Jackson, durante la sua seconda presidenza, tentò di valorizzare l’oro e l’argento ai danni della cartamoneta e nel ‘36 emetterà un ordine esecutivo (Specie Circular) che richiedeva agli acquirenti di terreni governativi di pagare con monete d’oro o d’argento. Durante la seconda presidenza Jackson ci fu anche un’espansione territoriale: entrarono a far parte dell’Unione l’Arkansas e il Michigan; avrebbe potuto aggiungersi anche il Texas che nel ‘36 si era dichiarato indipendente dal Messico e chiesto l’annessione agli USA. Jackson, che pure in precedenza era stato favorevole all’acquisto del territorio texano dal Messico, in quel frangente preferì non accettare l’annessione che avrebbe creato scontri nell’imminente campagna elettorale, poiché la maggior parte del congresso era contraria all’annessione e considerava la ribellione del Texas al Messico come un atto illegittimo.  

Come tutti i suoi predecessori che avevano governato per due mandati, anche Jackson decise di non candidarsi una terza volta. Il Partito Democratico scelse come suo successore il vice-presidente Martin Van Buren, fortemente sostenuto da Jackson. 

Maertin Van Buren, elezioni 1836
Martin Van Buren

Il Partito Whig non aveva un candidato forte da contrapporgli e così decise di adottare un’altra strategia: presentò quattro diversi candidati da far correre in stati diversi, William Henry Harrison, negli stati del Nord, Hugh Lawson White per il sud e poi c’erano Daniel Webster e Willie Person Mangum che correvano rispettivamente in Massachussets e South Carolina. L’idea era di non far ottenere a Van Buren la maggioranza dei grandi elettori e quindi rimettere l’elezione alla camera dei rappresentanti come già successo nel 1800 e nel 1820. Tuttavia la strategia fallì e Van Buren riuscì a vincere il voto popolare con poco più del 50% dei voti che gli garantirono 15 stati e 170 grandi elettori. Van Buren divenne così l’ottavo presidente degli USA.

Van Buren ereditò una situazione non facile con l’esplosione di una crisi economica all’inizio del suo mandato: il cosiddetto panico del ‘37. Una crisi che ha tra le sue origini lo Specie Circular, e che provocherà il fallimento di centinaia di banche, alti tassi di disoccupazione e una recessione. Van Buren, nonostante una ripresa tra il ‘38 e il ‘39, non riuscì a porvi rimedio anche perché continuò le politiche di Jackson che privilegiavano le monete d’oro e d’argento sulle banconote. L’altra grave eredità dell’amministrazione Jackson fu la guerra contro i Seminole, tribù indiana stanziata in Florida allora territorio degli USA, iniziata nel 1835.

Nonostante queste grandi difficoltà Van Buren ottenne facilmente la ricandidatura per le elezioni del 1840, in cui i Whig si presentarono con William Henry Harrison, già candidato quattro anni prima, a cui affiancarono come vicepresidente Jhon Tyler. I Whig puntarono sul passato militare di Harrison, in particolare sulla sua vittoria a Tippecanoe contro gli indiani nel 1811. A questo proposito fu composta una canzone per la campagna elettorale intitolata “Tippecanoe and Tyler Too” che divenne molto  popolare. Harrison ottenne oltre 1 200 000 voti che gli garantirono la vittoria in molti stati del Sud. Il totale degli stati conquistati da Harrison fu di 19 contro i soli 7 di Van Buren. La presidenza di Harrison è ricordata principalmente per il più lungo discorso di insediamento di un presidente. Durò infatti circa un’ora e quarantacinque minuti e fu pronunciato il 4 marzo 1841, in una giornata di maltempo. In effetti non fece molto altro durante la sua presidenza, perché un mese dopo morì a causa di una malattia e gli successe il vicepresidente Tyler.

Tyler si staccò ben presto dalle politiche del partito Whig e pose il veto a diverse proposte legislative, fatto che gli costò le dimissioni di quasi tutto il suo governo e l’espulsione dal partito. Gli ultimi due anni di presidenza furono incentrati sulla questione dell’annessione del Texas, che sarà argomento principale della campagna elettorale del ’44. I Whig candidarono Henry Clay, elemento di punta del partito, che basò la sua campagna sull’opposizione al l’annessione. Strategia radicalmente diversa per i democratici che scelsero di candidare uno sconosciuto: James Knox Polk, favorevole all’annessione. Tyler decise di non candidarsi e appoggiare Polk. Il candidato democratico vinse 15 stati su 26 che gli valsero 170 voti dei grandi elettori e divenne presidente. L’annessione del Texas avvenne il primo marzo 1845, pochi giorni prima dell’entrata in carica del nuovo presidente e fu quindi l’ultimo atto del presidente Tyler. Il Messico non riconobbe l’annessione e così nel 1846 scoppiò la guerra tra Stati Uniti e Messico che finirà nel 1848, qualche mese prima delle elezioni. I Whig, nonostante l’opposizione alla guerra, decisero di candidare il generale Zachary Taylor, vincitore di molte battaglie della guerra messicano-statunitense tra cui Palo Alto. Polk non si ricandidò e i democratici candidarono Lewis Cass, dopo aver rifiutato la candidatura dell’ex presidente Martin Van Buren, il quale comunque fonderà il Free Soil Party, con chiaro intento antischiavista, e si presenterà alle elezioni.

Manifesto elezioni usa 1848
Manifesto elettorale di Taylor con il candidato vicepresidente Fillmore

In questa tornata gli stati votanti divennero 30: oltre al Texas si aggiunsero Florida, Iowa e il Wisconsin. Quelle del ’48 sono state inoltre le prime elezioni in cui tutti gli stati votavano lo stesso giorno, il 7 novembre.

Van Buren, pur ottenendo circa il 10% al voto popolare non otterrà alcuno Stato. La partita vera fu quindi tra Cass e Taylor che riuscirono a conquistare 15 stati ciascuno, tuttavia nel conteggio dei voti dei Grandi Elettori Taylor ebbe una larga maggioranza con 163 voti contro i 127 di Cass, così l’esponente Whig ottenne la presidenza. 

Taylor rimase presidente per poco più di un anno, poi morì e la presidenza fu presa dal vice Millard Fillmore, sotto il quale avvenne il cosiddetto compromesso del 1850: un insieme di cinque leggi che portarono all’annessione della California e ad alcune modifiche territoriali del Texas che vide ridursi il suo territorio, compensato da una contropartita economica. Anche la questione schiavitù fu parte del compromesso con la legge sugli schiavi fuggitivi del 1850, che imponeva l’arresto degli schiavi fuggiti e multe e carcere a chi li avesse aiutati a nascondersi o scappare. In realtà una legge simile esisteva già dal 1793 ma alcune sentenze della corte costituzionale negli anni ‘40 l’avevano indebolita. Ovviamente la legge fu osteggiata da molti abolizionisti del nord e tra le risposte a questa legge ci fu il famosissimo romanzo La Capanna dello Zio Tom, di Harriet Beecher Stowe.

Fillmore non riuscì a riottenere la candidatura per le elezioni del 1852 poiché il Partito Whig gli preferì il generale Winfield Scott. Il Partito Democratico scelse invece un candidato sconosciuto, come fece ai tempi di Polk, Franklin Pierce. Anche in questo caso la scelta si rivelò vincente: Pierce ottenne 27 stati su 31 e 254 voti dei grandi elettori. La sconfitta di Scott fu così bruciante che il partito Whig si avviò verso la scomparsa, sostituito già dalle elezioni del 1856 dal moderno partito Repubblicano.

Storia delle Elezioni USA: Repubblicani vs Democratici

Manifesto democratico elezioni 1856
Manifesto elettorale del partito Democratico per le elezioni del 1856

Per le elezioni del ‘56 Pierce non ottenne la ricandidatura dalla convention del Partito Democratico che gli preferì James Buchannan, mentre il neonato partito Repubblicano candidò John C. Frémont. La questione della schiavitù fu al centro della campagna elettorale e i democratici accusavano i repubblicani di essere estremisti, paventando una guerra civile nel caso di vittoria di Frémont. Alle elezioni partecipò anche l’ex presidente Fillmore come esponente di Know Nothing, un partito anti-immigrazionista e nazionalista. Fillmore riuscì a ottenere più del 20% del voto popolare ma il solo stato del Maryland. La presidenza andò invece a Buchannan che ottenne 19 stati lasciandone a Frémont solo 11, tutti nel nord. Così con 174 grandi elettori I democratici mantennero la presidenza. 

Sotto la presidenza Buchannan la lotta tra abolizionisti e schiavisti raggiunse alte vette di tensioni, tra cui l’assalto di John Brown al deposito d’armi di Harper Ferry’s che si concluse con il suo arresto e la sua impiccagione. Buchanan divenne impopolare e non venne ricandidato. L’esacerbarsi della questione degli schiavi provocò una scissione tra i democratici. Infatti una prima convention democratica tenutasi a Charleston i moderati che portavano avanti la candidatura di Stephen Douglas, che fu osteggiata dagli estremisti, i cosiddetti Fire-Eaters. La convention si concluse con un nulla di fatto e la scissione del Partito tra nordisti e sudisti, fu inevitabile. A giugno si tennero due convention distinte che espressero due candidati: Douglas per i nordisti e il vicepresidente in carica John C. Breckinridge per i sudisti, che fu sostenuto anche dal presidente in carica Buchanan. Il partito Repubblicano aveva invece candidato Abraham Lincoln, che però non si presentò in molti degli stati del Sud. Le elezioni si arricchirono di un quarto candidato John Bell, del Constitutional Union Party, successore del Know Nothing e fortemente unionista. I venti di secessione soffiarono per tutta la campagna elettorale e tuttavia Lincoln non se ne preoccupò più di tanto. 

Abrahm Lincoln elezioni 1860
Abrahm Lincoln

Alle elezioni presero parte due nuovi stati: l’Arkansas e l’Oregon. Lincoln riuscì a prevalere in tutto il nord mentre Breckinridge prevalse al Sud. Gli altri due candidati riuscirono a conquistare in totale 4 stati, tutti nelle zone centrali: 3 per Bell e il solo Missouri per Douglas. Il candidato repubblicano ottenne 18 stati contro gli 11 di Breckinridge e divenne presidente con 180 Grandi Elettori.

La vittoria di Lincoln segnò la secessione di 7 stati del sud: Alabama, Florida, Georgia, Louisiana, Mississippi, Carolina del Sud e Texas, che formarono gli Stati Confederati d’America. Ciò avvenne a febbraio, circa un mese prima del formale insediamento di Lincoln. Il presidente eletto, così come Buchanan, non riconobbe la nuova entità e nel suo discorso di insediamento del 4 marzo 1861, cercò di richiamare gli Stati del sud all’Unione ma senza successo: un mese dopo scoppiò la guerra e nel corso dell’anno ai Confederati si unirono altri stati: Arkansas, Carolina del Nord, Missouri e Kentucky; in questi ultimi due in realtà furono presenti due governi, uno favorevole all’Unione e uno alla Confederazione

La guerra imperversava ancora nel 1864, quando ci furono le nuove elezioni che ovviamente riguardarono solo gli Stati del Nord. Lincoln, nonostante un’importante opposizione interna, riuscì a riottenere la nomination, e scelse come vice Andrew Johnson, che era democratico ma favorevole alla continuazione della guerra. Non per questo il partito Democratico rinunciò alla corsa presidenziale e candidò George McClellan, il quale era favorevole alla continuazione della guerra e all’Unione ma senza l’abolizione della schiavitù; questa poszione fu però in contrasto con la linea del partito che era favorevole alla pace con i Confederati.

Ovviamente il numero degli Stati che votarono fu molto diverso rispetto al ‘60: si erano aggiunti il Kansas, il Nevada e la Virginia Occidentale ma naturalmente erano persi gli Stati Confederati, tranne Tennesse e Louisiana, che al tempo delle elezioni erano occupati dalle forze unioniste e poterono votare; in seguito il loro risultato, favorevole a Lincoln in entrambi i casi, fu invalidato. Ciò non mise per nulla a repentaglio la vittoria del presidente in carica che fu netta: 22 stati (esclusi Tennesse e Louisiana) che gli garantirono 212 grandi elettori, mentre McClellan conquistò solo 3 stati.  A gennaio del 1865, venne approvato il XIII emendamento che aboliva la schiavitù. Lincoln fu assassinato pochi mesi dopo l’insediamento e così la presidenza passò al vicepresidente Johnson.  

    Dopo la guerra di Secessione: il dominio repubblicano

    Andrew Johnson dovette occuparsi del difficile periodo che seguì la Guerra Civile, la cosiddetta era della ricostruzione, e fu clemente nei confronti degli Stati ribelli. Tra i suoi atti ci fu anche un’amnistia a molti ex confederati, e i suoi maggiori interessi erano rivolti a una veloce restaurazione dell’Unione senza dar troppo peso alle questioni dei diritti civili, che interessavano invece a una parte dei repubblicani. Ben presto ci fu uno scontro aperto tra il congresso e il presidente; nel ‘66 quest’ultimo pose il veto al Civil Rights Act che sanciva la cittadinanza per tutte le persone nate negli USA, senza alcuna distinzione di razza. Il veto presidenziale fu però scavalcato dal congresso, e a quel punto la rottura con il presidente fu completa. Il Civil right Act fu poi ripreso e rafforzato con il XIV emendamento approvato a giugno. Lo scontro tra presidente e congresso continuò anche dopo le elezioni di midterm che indebolì ancora di più la posizione di Johnson, tanto che per la prima volta nella storia il presidente fu accusato di Impeachment. Johnson si salvò ma perse praticamente ogni potere. 

    Nelle elezioni del 1868 i democratici scelsero Horatio Seymour che dovette vedersela con il candidato repubblicano Ulysses Grant, eroe della guerra di secessione. Gli Stati Confederati, con eccezione di Virginia, Texas e Mississipi, erano stati riammessi nell’Unione e poterono partecipare al voto, insieme al Nebraska, diventato un nuovo Stato durante la presidenza Johnson. Inoltre a partire da queste elezioni, i Grandi Elettori del South Carolina sarebbero stati decisi con il voto popolare, mentre in precedenza era il parlamento a nominarli.

    Stroia elezioni USA: manifesto Grant  e Colfax
    Manifesto elettorale repubblicano 1868

    Grant vinse in maniera schiacciante ottenendo 26 stati, compresi molti degli ex confederati, e 214 grandi elettori.

    La presidenza Grant fu positiva e attenta ai diritti degli afroamericani, in particolare con il XV emendamento che assicurava il diritto di voto a tutti i cittadini senza distinzione di razza o precedente situazione di schiavitù. Questo emendamento fu ratificato anche da Mississippi, Texas e Virginia che così rientrarono nell’Unione.

    Nonostante la popolarità di Grant, in cista delle elezioni del 1872, parte del Partito Repubblicano si scisse in un partito liberale che candidò Horace Greeley. I democratici preferirono non fare una convention e appoggiare Greeley che così divenne il candidato ufficiale del partito Democratico. Anche questa volta Grant vinse facilmente, conquistando 29 stati e 286 grandi elettori contro i 6 stati e 66 grandi elettori del suo avversario. Poche settimane dopo le elezioni Greeley morì così i suoi grandi elettori diedero il loro voto ad altri candidati minori. 

    Molto diverse furono le elezioni del 1876. Grant non si ricandidò per un terzo mandato, anche a causa di uno scandalo di corruzione che lo colpì alla fine del mandato, e così i repubblicani scelsero Rutherford Hayes, mentre i democratici optarono per Samuel Tilden. Intanto, nell’agosto del 1876, il Colorado era diventano il 38esimo Stato e potè partecipare alle elezioni presidenziali di novembre, tuttavia i suoi tre grandi elettori vennero decisi dal parlamento e non tramite voto popolare.

    Le elezioni furono tra le più contestate della storia delle Elezioni USA: Tilden vinse il voto popolare, tuttavia il problema avvenne con i grandi elettori, poiché 20 erano contestati: 19 da tre stati, Louisiana, South Carolina e Florida, più uno dei 3 grandi elettori dell’Oregon. Questi voti contestati erano decisivi per la vittoria in quanto Tilden ne aveva 184 e Hayes 165: se tutti i voti contestati fossero andati ad Hayes, quest’ultimo avrebbe dunque ottenuto la vittoria. Agli inizi del ‘77 fu istituita una commissione elettorale composta da 15 membri scelti tra camera dei rappresentanti, Senato e Corte Suprema, 8 membri erano repubblicani e 7 democratici, che assegnò i Grandi Elettori contestati a Hayes.

    I democratici minacciarono ostruzionismo al congresso ma alla fine si giunse a un compromesso: i democratici acconsentirono alla presidenza di Hayes in cambio del ritiro dei soldati dagli stati del Sud. Con questo compromesso si concluse l’era della ricostruzione e Hayes divenne presidente per un solo voto di vantaggio, 185 contro 184; per la seconda volta nella storia il candidato che aveva vinto il voto popolare non era stato eletto presidente. Anche le elezioni del 1880 furono decise sul filo del rasoio ma solo per quanto riguarda il voto popolare.

    Hayes non si ricandidò e il suo posto fu preso da James Garfield, mentre i democratici scelsero Winfield Scott Hancock. Il voto popolare fu a favore di Garfield per poche migliaia di voti, e gli stati conquistati furono 19 per parte. Tuttavia a questa tornata non ci furono dubbi sul vincitore: infatti gli stati vinti da Grafield erano quelli che garantivano il maggior numero di grandi elettori e così il candidato repubblicano vinse con 214 grandi elettori contro i 155 dell’avversario.

    Fonti:

    Samuel Rhea Gammon, The Presidential Campaign of 1832, Johns Hopkins Press, 1922

    Ronald P. Formisano, “The new political history and the election of 1840,” Journal of Interdisciplinary History, 1993

    Sean Wilentz, The Rise of American Democracy: Jefferson to Lincoln. W.W. Horton and Company. New York, 2008

    Paul Leland Haworth, The Hayes-Tilden Disputed Presidential Election of 1876, Burrows Brothers Company, 1906

    Raimondo Luraghi, Storia della Guerra Civile Americana, BUR, 1994

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