Giovanna Fratellini: il barocco al femminile

Un cammeo sulla pittrice barocca Giovanna Fratellini dall’indole delicata, rosea che profonde nelle sue tele dal pulviscolo sognante, leggiadro e classicheggiante. Lineare la sua condotta espressiva che abbandona i toni esasperati consueti dell’epoca.

Tempo di lettura: 4 minuti.

In seno fiorentino

La capitale fiorentina serba in sé l’arte di una giovane pittrice denominata Giovanna Fratellini (Giovanna Marmocchini Cortesi, 1666-1731). Anima di un barocco tenue, delicato ove la proverbiale aura esasperata viene misurato in un candido figurativismo, roseo. Il suo mentore e maestro è Pier Dandini (1646-1725 ca), la cui impostazione è intrisa degli insegnamenti di Veronese, Tiziano, dell’uno il tratto, dell’altro il colorismo, commisti alla coralità dei Carracci, virtuosi del classico. Lo spirito di Correggio risiede nel pulviscolo soffice del quale sono immerse le sue tele.

Il legame con Pier Dandini

Il suo mentore e maestro è Pier Dandini (1646-1725 ca), la cui impostazione è intrisa degli insegnamenti di Veronese, Tiziano, dell’uno il tratto, dell’altro il colorismo, commisti alla coralità dei Carracci, virtuosi del classico. Lo spirito di Correggio risiede nel pulviscolo soffice del quale sono immerse le sue tele. Dandini assolve ad oneri ufficiali presso Cosimo III e il suo entourage, eredità accolta dalla giovane Giovanna, già avvezza a un cerimoniale di corte poiché educata nell’alveo della Granduchessa di Toscana, Vittoria della Rovere.

L’ambiente mediceo

Sua mecenate sarà Violante Beatrice di Wittelsbach, moglie del Principe Ferdinando, la quale stima la sua arte quale veicolo di un sentire decoroso, intimo che ben si amalgama con la sua idea di autorità e effigie. Si rivela eterogeneo il suo percorso di studi formato sulla tecnica miniaturistica, adoprata dai padri cappuccini, sull’impiego della tempera ad olio e l’uso dei pastelli, grazie all’apporto privilegiato di Domenico Tempesta. Nel 1710 diventa membro ufficiale dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze. La sua carriera profonde nell’ambiente mediceo ove si specializza nella ritrattistica, sapendo cogliere l’antro introspettivo dei soggetti, immortalando in particolare le infanti della casa regnante, donando loro un habitus maturo, eternabile come autorevolezza di un buon nome.

La sua poetica artistica

L’afflato barocco viene incastonato in alcune opere dove gli smalti e le pietre preziose inorgogliscono l’operato, simbolo di un “particularismo”, espressione di un passato prossimo. Il suo talento si esemplifica nei lavori a pastello che rendono l’atmosfera pacata, le linee morbide burrose, i toni leggiadri dell’incarnato, rosaceo. Contemporanea di Giovanna Fratellini sarà Rosalba Carriera, icona di uno stilema barocco al femminile che tempera il pathos abituale con un impianto coloristico e prospettico atto a decorare. Sorrisi, gote rubiconde, sfondi sognanti propongono un’arte da salotto, in cui la storia e la dimensione classica vengono corroborate da un’impalcatura artificiosa. Un’ufficialità tesa al lezioso, ma mai dimentica del funzionalismo che la sorregge.

Barocco sacro e profano

Nella seconda metà del Seicento il Barocco comincia a perdere quel senso di vertigine e quel verticalismo che lo caratterizzano, per lasciarsi corrompere, lascivamente, da un senso della voluttà che nel Settecento avrà un suo spazio. Il sacro ricopre una parte nella carriera di Giovanna, sebbene il ritratto nelle sue venature prosaiche, umane e classiche rivela la sua intenzione artistica. L’elemento spirituale viene inserito in un componimento di maggior respiro, come ad esempio nel caso di “Ragazza con il crocifisso”, ove il Credo viene contemplato come un “misticismo decorativo”, privo di quell’enfasi e estasi che tormentano lo stile barocco. Sposa di Giuliano Fratellini, madre di un figlio artista (Lorenzo Maria), riposa nella meravigliosa chiesa di Ognissanti a Firenze.

Fonti

L. Lanzi, Storia pittorica della Italia (1809), I, a cura di M. Capucci, Firenze 1968;

M. Marangoni, La pittura fiorentina del Settecento, in Riv. d’arte, VIII (1912)

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