Bridgerton? No, grazie.

“Bridgerton” è una serie che fa discutere e non poco.


Sicuramente, qualcuno tra voi lettori avrà sentito parlare del fenomeno dell’anno della Shonda Rhimes Production: “Bridgerton”. Si tratta di una serie televisiva erogata sulla piattaforma Netflix ambientata nel primo Ottocento, precisamente nel 1813.Siamo in un periodo storico preciso: tra le ultime guerre napoleoniche e il vicino Concilio di Vienna, dal quale spiccherà la figura di Metternich. Di solito, nelle serie TV a sfondo storico, si trattano degli avvenimenti che imperversano al di fuori del lusso dell’aristocrazia, onnipresente e indubbia protagonista: è il caso di “Poldark”, “Versailles”, “Vikings”, “Downton Abbey”, “Halcyon”, per citarne solo alcune.

Il panorama storico non è preciso e gli errori sono davvero tanti, ma i riferimenti a ciò che accadeva al di fuori della cerchia dei protagonisti era molto chiaro: Ross Poldark fa riferimento alle campagne militari britanniche negli Stati Uniti; i vichinghi incontrano i monaci amanuensi della Gran Bretagna, cercando poi di convincerne uno di seguirli; Downton Abbey presenta addirittura tre dei protagonisti principali andare in guerra, precisamente la prima Guerra Mondiale, in cui li vediamo affossati nelle trincee, sporchi, sudici. Versailles parla da sé, mentre Halcyon prevede continui riferimenti alla guerra in atto (siamo nel 1943) e alle antipatie verso i tedeschi, mettendo in scena anche battaglie aeree. Costumi precisi o meno, i riferimenti ci sono e sono ottimi.

Ovviamente, occorrerebbe approfondire di più, certo, ma per uno show lo possiamo ritenere accettabile, sviste a parte (più per quanto concerne “Versailles”).

In Bridgerton, un vago riferimento a dei colonnelli e soldati in istanza nel Continente, ma nulla più. La guerra, le battaglie, non toccano i protagonisti, che vivono in una completa Arcadia parallela. Questo potrebbe far ricordare, ai più attenti, “Vanity Fair”, sebbene in quest’ultimo i riferimenti erano più precisi e come luogo e come condizione. Non se ne curano, invece, gli sceneggiatori della Shonda Rhimes.

Variazioni di stile e di storia.

Allora lo spettatore si mette l’anima in pace, guarda la trasmissione confidando che il resto sia almeno un po’ ottocentesco, quando spuntano fuori duchi e regine di colore. Ottimo: è un escamotage per evitare differenze tra bianchi e neri, storpiando la realtà dei fatti (la regina Carlotta, che morirà nel 1820, era di origini prussiane, bianca come il latte e fulva) proponendo un matrimonio del Re d’Inghilterra con una donna di colore appunto per elevare ogni stirpe alla pari. Questa storpiatura potrebbe risultare piacevole, seppur facente parte di una non-storia e di una fantasia.

Regina Charlotte di Meclemburgo.

Ma qualcuno ha pensato ai danni che potrebbe fare tale presa di posizioni nei confronti di chi la storia non la conosce? Potrebbero prenderlo per vero. Se possiamo sorvolare sugli errori di tanti film storici che passano messaggi e storie sbagliati, errati e falsati, non possiamo di certo chiudere un occhio su una rivisitazione della storia: è una sola e come tale andrebbe presa.

BRIDGERTON GOLDA ROSHEUVEL as QUEEN CHARLOTTE in episode 105 of BRIDGERTON Cr. LIAM DANIEL/NETFLIX © 2020

Si tratta pur sempre di una trasmissione a scopo ludico – o così si spera – ma il problema sta nel messaggio storico totalmente errato che si prospetta. Qualcuno ha pensato a quanti, tra un paio di settimane, crederanno davvero al fatto che vi fosse già eguaglianza in Inghilterra? A quanti parleranno del duca di Hastings raffigurandoselo come il bell’attore René-Jean Page? Quanti crederanno che il primo Ottocento era un periodo fiorente e vivace, scevro di dibattiti politici rilevanti e di problemi di sorta? Eppure nella serie TV “Victoria”, ambientata poco dopo tali vicende, il caos, la miseria e le guerre europee si possono quasi toccare con mano. Sembra paradossale come l’intenzione di una correttezza visuale possa sancire in potenza una futura ignoranza storica basata sul “ma io avevo visto che…”, come già successo per svariate altre produzioni cinematografiche d’epoca controverse.

Ricapitolando: nessun riferimento agli eventi storici e una storpiatura della storia sociale e culturale. C’è di più. Ci sono una miscellanea di piccolezze che all’occhio di uno storico possono rendere sempre più difficile la visione della serie: i lacci delle scarpe moderne adoperate per legare i bustini delle dame; i colori decisamente troppo smerigliati; i gioielli ricercati, minuziosi e… contemporanei.

Ulteriori scivoloni.

Lungi da noi fare pubblicità o affini, ma la maggior parte dei gioielli intravisti sono della maison francese Les Nereides, che produce sbrilluccicanti gioielli di vetro, perle, perline e ceramiche in ottone bagnato d’oro – o in argento – rifiniti a mano. Prodotti pregevolissimi, se indossati oggi, sgradevoli se intravisti in uno show del genere di cui sopra. Un altro problema viene sollevato dalla condizione di vita della famiglia Featherington: seppur poveri, indebitati al massimo e sprovvisti di una dote per le figlie, si presentano in società con gioielli raffinati (non avrebbero potuto venderli per coprire gli svariati debiti?), acconciature impeccabili ed abiti sempre nuovi e decisamente costosi, stando ai tessuti.

Immagine tratta dalla rivista “Wired”.

Taluni, infatti, sono confezionati con perline, organza, chiffon, broccato, damascato, crinoline leggere, volant a georgette e qualche sbrilluccicante Swarovski. Non era esattamente la moda dell’epoca, perché, seppur ricercata tra i ricchi, non se ne faceva sì tanto uso e gli strass di cristallo ancora non rientravano nei canoni della moda. Sembra quasi che questa serie sia stata intaccata da “Reign”, dove vengono indossati direttamente degli abiti di Haute Couture moderna – Elie Saab, Zuhair Murad, Marchesa Fashion, per citarne solo alcuni – senza alcun appiglio o fondamento storico. Si tratta di una nuova versione romanzata della vita della giovane Mary Stuart, che appare contemporanea, soprattutto per il sottofondo musicale regalatoci dai Lumineers.

Addio a Mozart, Haydn e Salieri!

Riguardo alla musica, pure in Bridgerton ci sono anacronismi: vengono suonate alcune canzoni moderne dai Vitamin String Quartet – un quartetto d’archi che si diletta a rivisitare canzoni e colonne sonore di oggi e degli anni passati – che prendono spunto dai Maroon 5 addirittura. In questo momento, occorre quindi staccarsi dall’idea di guardare qualcosa di storico e abituarsi al fatto che ci si trovi davanti ad un mero show.

Niente da fare però, ancora “danni”: ad un certo punto i duelli vengono considerati illegali e il pugilato e le scommesse relative ad esso legali. Qualcosa non torna, forse si tratta di una parodia storica dell’epoca?

Non vi pare che qui qualche cosa non sia corretta? Eppure non è uno scatto preso dal “dietro le quinte”.

Lo spettatore appassionato o studioso di storia inizia a storcere il naso, ma supera anche la quarta puntata. Si abitua ad una sceneggiatura in cui le abitazioni esterne sono esattamente quelle di adesso – vi invito a sfogliare il libro fotografico “Pretty City London” – in cui i parchi sono verdissimi e soleggiati – quindi una Londra senza nuvole – e dove vi è una mescolanza incredibile di epoche.

Un giornalino scandalistico letto ed approvato?

Arrancando contro tutti questi tafferugli, non può fare a meno di soffermarsi spesso sul giornalino di pettegolezzi che spopolava tra tutti i ranghi della società, un giornale in cui i nomi associati agli scandali erano ben noti e attorno al quale persino la regina vuole indagare. Forse l’Inquisizione è sparita prima del tempo e alla Londra del 1813 faceva piacere leggere di tresche, bordelli e altri passatempi poco dignitosi come niente fosse. Ma non è così: la stampa era controllata, una regina non avrebbe mai reso possibili e passabili tali dicerie e stampe inusuali.

La Londra del 1800, da Alamy Stock Photo.

Nessun londinese della buona società avrebbe mai letto in merito a tali bassezze, a che cosa facevano uomini e donne nella loro intimità, poiché considerato peccaminoso sotto ogni aspetto possibile: morale, etico, religioso.

Peggiora pure!

A questo punto, alla puntata numero sei, lo spettatore che ha studiato storia, inizia ad inorridire. Ragazze che non sanno nulla di come nascono i bambini, da dove provengono, creduloni in ogni famiglia, l’amore che pare vincere ogni confine.

Dov’è finita la Londra del 1813, quella legata al buon costume e all’austerità?

Non si era forse in piena avversione verso i movimenti rivoluzionari?

Gli uomini in guerra tornano prima o poi o restano a combattere nell’ombra?

Chi seguirà tale show, come reagirà poi a letture inerenti la storia del primo Ottocento europeo?

Se uno studioso, un letterato, può soprassedere a questo coacervo di inesattezze, conscio di come siano stati i fatti del primo Ottocento inglese, gustandosi le ultime due puntate di tale telefilm, certamente non può comunque fare a meno di pensare a che modello educativo sbagliato possa essere per chi è digiuno dalla storia, dalla storia scientifica delle riviste riconosciute, dei libri storiografici, dei manuali universitari precisi e sempre aggiornati.

Evitatelo, se possibile, o guardatelo come se fosse un fantasy.

Il duca di Hastings e la Duchessa… Sicuri?

Diamo pertanto il consiglio di guardarlo, consapevoli degli errori se avete letto questo pezzo, ma in caso contrario, ricordando che non è nientemeno che puro intrattenimento completamente di fantasia.

Dott.ssa Anna Maria Vantini

Bibliografia:

  • Anselmo, S., Storia del trucco e dei cosmetici – dall’antichità all’Ottocento, Edizioni LSWR, Milano, 2020
  • Aydin, C., Il lungo Ottocento. Una storia politica internazionale, Einaudi, Torino, 2019
  • Morini, E., Storia della moda XVIII-XXI secolo, Skira, Milano, 2017
  • Rovati, F., L’arte dell’Ottocento, Einaudi, Torino, 2017
  • Sabbatucci, G., Vidotto, V., Storia contemporanea. L’Ottocento, Laterza, Roma-Bari, 2018
  • Viola, P., Storia moderna e contemporanea. III. L’Ottocento, Einaudi, Torino, 2015
  • (a cura di) Bertinetti, P., Storia della letteratura inglese. Dal Romanticismo all’età contemporanea. Le letterature inglesi, Einaudi, Torino, 2000

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