Quando la guerra fredda si combattè sulla scacchiera

Parafrasando Clausewitz potremmo dire che lo sport non è che la continuazione della politica con altri mezzi. Anche se troppo spesso si classifica lo sport come mero intrattenimento, basterebbe guardare alla storia dal Novecento in poi per capire quanto spesso sia intrecciato a livello socio-politico (e spesso anche economico) con la storia che normalmente si studia a scuola. Basti pensare alle olimpiadi di Berlino 1936 oppure a quelle del ’68, ma anche il derby tra le due Germanie ai mondiali di calcio del ’74 e i mondiali successivi, quelli controversi svoltisi nell’Argentina di Videla. E poi ancora la vittoria del Sudafrica ai mondiali di Rugby del ’96, oppure il ruolo dei campionati statunitensi, sia universitari che professionistici, di Baseball, Football e basket nella lotta per i diritti civili degli afroamericani. Ancora la boxe con il Rumble in the jungle del ’74 e più in generale la carriera di Alì. Un altro esempio è la cosiddetta diplomazia del ping pong culminata con la visita in Cina di Nixon nel 1972. Ma forse uno degli eventi sportivi più significativi è la sfida tra Bobby Fischer e Boris Spassky, che giocarono quello che ufficialmente è chiamato campionato del mondo di scacchi ma che la storia ricorda come incontro del secolo.

Fischer-Spassky: i 2 contendenti

Nei primi decenni del XX secolo il titolo di campione del mondo di scacchi si assegnava in maniera simile al pugilato: il detentore del titolo poteva mettere in palio il suo titolo contro uno sfidante a sua descrizione. Dopo la seconda guerra mondiale la FIDE decise di rendere più strutturata la decisione dello sfidante che doveva vincere una serie di tornei di qualificazione nell’arco di tre anni, l’ultimo dei quali era il torneo dei candidati. Il campionato del mondo vero e proprio dunque era (ed è tutt’oggi) una sfida tra il campione del mondo in carica e il giocatore che vinceva il torneo dei candidati. Naturalmente la sfida non era una partita singola ma una serie di partite in numero che cambiò negli anni.
Dal secondo dopoguerra in poi sia il campione del mondo sia lo sfidante erano sempre stati sovietici e la propaganda del Cremlino considerava il dominio negli scacchi come la prova della superiorità intellettuale sovietica sul capitalismo.

Fischer nel 1972

Ma nel 1971 a vincere il torneo dei candidati fu lo statunitense Bobby Fisher e che quindi nel 1972 avrebbe sfidato il campione del mondo Boris Spassky. Per i capitalisti era dunque un’occasione più unica che rara di battere i sovietici nello sport intellettuale per eccellenza. Bobby Fischer era un personaggio controverso, per alcuni aspetti rappresentava lo stereotipo dell’eroe holliwoodiano per altri era all’opposto: era snob, spaccone, testardo, e non era un campione di patriottismo: era spesso critico verso i suoi compatrioti si che secondo lui passava più tempo davanti alla televisione che a leggere libri. Ma provava un sincero disprezzo per l’Unione Sovietica, e questo bastava per renderlo degno di essere l’eroe americano della situazione. Tanto più che era particolarmente critico con i giocatori di scacchi sovietici ( unica eccezione proprio Spassky) che accusava di mettersi d’accordo durante le prime fasi dei tornei, per far passare il turno ai giocatori più forti senza troppe difficoltà. Insomma lo si può definire come il classico genio e sregolatezza, caratteristiche che nel mondo degli scacchi sono più frequenti di quanto si possa pensare. Fisher era in effetti uno scacchista eccezionale. Il suo metodo di gioco era perfettamente compatibile con la sua personalità: si buttava all’attacco con l’obiettivo dichiarato di distruggere mentalmente l’avversario.

Boris Spassky al campionato del mondo del 1969

Spassky era diverso. Era la punta di diamante del sistema scacchistico sovietico.
Un sistema collaudato e vincente che era curato nei minimi dettagli e praticamente perfetto. Spassky dal canto suo era un giocatore fortissimo tatticamente, che cercava di anticipare le mosse degli avversari. Già le caratteristiche dei giocatori garantivano spettacolo, ma ovviamente a rendere storica la sfida che si sarebbe giocata a Reykjavik era la nazionalità dei contendenti: USA contro URSS, la guerra fredda si spostava sulla scacchiera. Non poteva che essere un grande evento. Eppure abbiamo rischiato di non vederlo mai. A un certo punto Bobby Fischer pensò di non presentarsi al mondiale perché riteneva che il premio in denaro fosse troppo basso. Un duro colpo per gli americani: avevano l’occasione più unica che rara di battere i sovietici nel campo in cui erano considerati invincibili e il loro campione si comportava come un bambino viziato e capriccioso. A questo punto la realtà si mescola alla leggenda. Sicuramente il telefono di casa Fisher squillò, e secondo un aneddoto dall’altra parte della cornetta c’era Henry Kissinger che gli disse qualcosa come “Alza il culo e vola in Islanda!”. Ovviamente non sappiamo se le parole siano state proprio quelle né se la telefonata provenisse da Kissinger, ma di sicuro pressioni politiche ci furono. Fatto sta che Fisher alla fine quel volo per Reykyavik lo prese, aiutato anche dall’aumento del premio in denaro che fu raddoppiato grazie a uno sponsor britannico, ulteriore segnale di quanto la portata mondiale dell’evento fosse non si limitasse alle 64 caselle della scacchiera.
Così l’11 luglio moltissimi americani si sintonizzarono sulla PBS che trasmetteva l’incontro, era la prima volta che una partita di scacchi finiva in televisione negli USA. Intanto a Reykjavik anche la composizione degli entourage dimostravano i caratteri e le nazioni degli sfidanti: quello di Fischer era composto da soli due consiglieri a lui fedelissimi, più nutrito quello di Spassky che oltre dall’élite scacchistica sovietica, era accompagnato da alcuni angeli custodi del KGB.
Ormai era tutto pronto la sfida del secolo stava per iniziare

Fischer Vs Spassky: il match del secolo

Ben presto il sogno americano si trasformò in un incubo. La prima partita sembrava avviarsi verso una patta tranquilla, ma Fischer fece un errore clamoroso che alla lunga lo portò al ritiro. Alla seconda partita l’americano si lamentò delle condizioni in cui era costretto a giocare: disse che il ronzio delle telecamere lo disturbava e ne chiedeva la rimozione. L’organizzazione accolse la richiesta ma solo dopo l’inizio del conteggio ufficiale del tempo. Fischer chiese che il timer fosse riportato sullo 0 ma stavolta gli organizzatori, esasperati dalle continue richieste rifiutarono la proposta. l’americano per ripicca si alzò dalla sedia e abbandonò la partita, che naturalmente fu assegnata a tavolino a Spassky. Di nuovo Fischer si era comportato da bambino viziato e ora era sotto 0-2. Si giocava al meglio delle 24 partite quindi in realtà era molto presto ma ormai tutti lo davano per spacciato. Forse lo pensava anche lo stesso Fisher, in quanto si dice che fosse sul punto di abbandonare definitivamente il torneo. Si dice che a questo punto ci fu nuovamente l’intervento di Kissinger, o di suoi emissari, che lo convinse a rimanere. Ma forse chi più di tutti fu decisivo per la sua permanenza a Reykyavik fu proprio il suo avversario, che da gran signore accettò di giocare la terza partita a telecamere spente in una piccola stanza senza pubblico. E in quelle condizioni Fischer rinacque: vinse la terza partita, pareggiò la quarta e vinse la quinta: e sul punteggio di 2,5 pari si arrivò alla sesta partita. Quella fu la partita più bella del torneo, conosciuta da tutti gli appassionati di scacchi, giocata alla grande da Fischer che controllò fin dalla prima mossa. Fu una partita tutta volta all’attacco, a volte anche con mosse azzardate, che forse in altre occasioni sarebbero state punite da Spassky, ma non quel giorno. Alla fine il campione sovietico fu costretto al ritiro e con gran spirito sportivo si alzò ad applaudire il vincitore, motivo per cui quella partita viene chiamata la partita degli applausi. Da quel momento l’inerzia della sfida fu nettamente dalla parte di Fischer. Nelle successive 15 partite ne perse una sola, per il resto solo parte o vittorie tra cui quella decisiva alla 21° partita. Il 1 settembre 1972 Bobby Fischer aveva centrato l’obiettivo di una vita: diventare campione del mondo; gli Stati Uniti avevano vinto la guerra fredda sulla scacchiera.

Fischer: dopo il mondiale

La carriera di Fischer terminò quel giorno. Non giocò più un match ufficiale, rifiutando anche di difendere il titolo nel 1975 in quella che sarebbe stata un’altra sfida con l’Unione Sovietica, questa volta rappresentati da Karpov. Motivo della rinuncia furono i dissidi con gli organizzatori. Fischer pretese che molte regole fossero radicalmente cambiate e l’organizzazione effettuò numerose modifiche, che permangono ancora oggi, ma a un certo punto le pretese di Fischer esasperarono troppo l’organizzazione che non gli concesse più nulla. Così Il campione del mondo allora decise di non difendere il titolo che gli fu revocato e consegnato d’ufficio a Karpov, che poi scriverà altre pagine immortali della storia degli scacchi, questa volta però in un derby all’interno dell’URSS, tornato inamovibilmente al vertice del mondo scacchistico.
Per trovare di nuovo Fischer con una scacchiera bisognerà aspettare il 1992. Ancora una volta contro Spassky, ma si trattava di un’amichevole per celebrare i 20 anni dalla storica sfida, anche se per Fischer la considerava la vera rivincita per il mondiale del 1972, in quanto si riconosceva ancora come campione del mondo. L’Unione Sovietica non c’era più e del resto Spassky aveva già rotto i ponti con la sua patria da vari anni ed era diventato cittadino francese. Eppure anche quella volta la sfida ebbe risvolti politici. Quel match si disputò infatti in Jugoslavia, a quell’epoca la nazione era posta sotto embargo ONU. Spassky infatti ottenne un permesso speciale da Mitterand per poter partecipare, Fischer avrebbe dovuto ottenere la stessa cosa dal governo USA, cosa che gli fu rifiutata. Fischer se ne infischiò, andò in Jugoslavia e durante la conferenza stampa precedente al match sputò sul documento governativo che gli chiedeva di rinunciare al match.
Fischer dichiarò comunque che sarebbe tornato in patria ma gli USA non gli perdonato o la disubbidienza emanando un mandato di cattura. L’eroe americano che aveva inflitto una pesante umiliazione all’Unione Sovietica era diventato un ricercato qualunque. Così dopo il match, ancora una volta vinto nettamente, si trovò a girare il mondo da latitante fino al 2004 quando venne arrestato a Tokyo per conto degli USA. Ma prima di essere estradato ottenne il passaporto islandese e visse in Islanda fino alla morte, avvenuta nel 2008 proprio a Reykjavik la città dove era diventato leggenda.
Probabilmente nell’ultima parte della sua vita l’unico vero amico che aveva era proprio Spassky, il quale nel 2004 scrisse una lettera all’allora presidente Bush, per chiedere la grazia e dimostrare tutto il suo affetto per il grande rivale:

Non voglio difendere o giustificare Bobby Fischer. Lui è fatto così. Vorrei chiederle soltanto una cosa: la grazia, la clemenza. Ma se per caso non è possibile, vorrei chiederle questo: la prego, corregga l’errore che ha commesso François Mitterrand nel 1992. Bobby ed io ci siamo macchiati dello stesso crimine. Applichi quindi le sanzioni anche contro di me: mi arresti, mi metta in cella con Bobby Fischer e ci faccia avere una scacchiera.

FONTI:

D. Shenk, Il gioco immortale. Storia degli scacchi, Mondadori, 2008

Fischer vs. Spassky (1992 – Sveti Stefan)

The man behind the Fischer-Spassky show

FOTO:

Foto di pubblico dominio

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